Looking Back Over My Shoulder
Tra privilegio e necessità: quello che non si racconta sul Q3 delle nostre vite
Over my shoulder è un singolo pubblicato nel 1995 dal gruppo inglese Mike + The Mechanics, fondato dal bassista e chitarrista dei Genesis Mike Rutherford.
Un'espressione anglosassone che si usa per rivolgere lo sguardo al passato ed è quello che ogni tanto faccio e che ho fatto soprattutto nelle scorse settimane. La scintilla è stata la lettura di una riflessione del mio amico Sebastiano Zanolli che, di recente, in una serie di post, ha esplorato il lavoro di Avivah Wittenberg-Cox e la sua proposta di guardare alla nostra vita secondo uno schema molto familiare per chi ha lavorato o lavora per aziende quotate: i 4 quarter.
Q1 0-24 anni si impara
Q2 25-49 anni si costruisce
Q3 50-74 anni si sceglie
Q4 75-100 anni si trasmette

Pensandoci debbo dire di aver disciplinatamente seguito lo schema proposto senza saperlo, anche se l'aspettativa di vita centenaria non appartiene alla mia generazione. E forse ho anche anticipato la fase del "trasmettere", quello che la GenX sembra vedere come naturale.
Ogni quarter fatto di 13 settimane, 65 giorni lavorativi che sembra debbano determinare le sorti future di individui e aziende, e in alcuni casi, soprattutto per executives e CEO, può drammaticamente essere davvero così.
E il terzo quarter è quello che mai come oggi è rilevante e merita attenzione: a gennaio 2025 erano circa 10 milioni di occupati in Italia (numero che è raddoppiato negli ultimi 20 anni) che rientrano nel terzo quarter, e rappresentano poco meno della metà dei circa 24 milioni di occupati nel nostro paese. Una fetta di popolazione decisamente rilevante e che merita attenzione.
La narrativa del cambiamento e la verità scomoda
Un importante quotidiano nazionale (e non solo, anche i social sono pieni) ci ripropone quotidianamente storie di persone che hanno cambiato vita... "Ero un top manager in una multinazionale, avevo un mega stipendio e l'ufficio a Manhattan, ho lasciato tutto e sono tornato in Brianza ad allevare nutrie e finalmente sono felice".
Ma questa è solo una parte della storia. Quella che fa audience, quella che vende speranza.
Non c'è traccia di chi aveva un lavoro sicuro e lo ha lasciato per aprire una libreria che è poi fallita e ora non riesce più a trovare un lavoro e a pagare il mutuo. E soprattutto non c'è traccia dei numeri reali: secondo un'analisi di ProPublica su dati del Health and Retirement Study americano, il 56% dei lavoratori over 50 viene "spinto fuori" dal lavoro prima di scegliere di andare in pensione. Solo 1 su 10 riesce a guadagnare quello che guadagnava prima.
La maggior parte dei cinquantenni non "lascia" il lavoro. Viene lasciata dal lavoro.
Questa narrativa del "coraggio di cambiare" è una favola che ignora la realtà brutale del mercato del lavoro per gli over 50. Tom Steckel, protagonista dell'inchiesta ProPublica1, aveva fatto tutto "bene": 27 anni in Maersk, competenze solide, moglie MBA. A 51 anni inizia un calvario di licenziamenti che lo porta a vivere separato dalla famiglia per 700 miglia pur di mantenere un lavoro che paga il 60% di quello che guadagnava prima.
David Burns, 50 anni, MBA, 20 anni di esperienza in logistica: 160 candidature, zero offerte. "Le mie competenze sono molto richieste. Ma quello che non è richiesto sono io, un tizio di 50 anni!"
Il concetto del "se vuoi puoi" appartiene alle aule dei corsi motivazionali e ai post sui social, non alla realtà di un mercato del lavoro che sistema le regole contro di te nel momento in cui raggiungi il massimo dell'esperienza e della retribuzione. Proprio quando i tuoi costi familiari sono al massimo e la tua capacità di ripartire da zero è al minimo.
Ognuno crea la propria fortuna, ma solo se la fortuna ci concede le condizioni per davvero creare e non solo subire quel caleidoscopio di variabili che chiamiamo realtà. Se da un lato è certamente vero che alla fortuna non si può attribuire la responsabilità delle proprie vittorie o sconfitte, è altrettanto vero che il negarne totalmente il ruolo non può che generare una percezione ingannevole di ciò che si è, di ciò che si sa, di ciò che si è in grado di fare.
Il nonno di un mio caro amico diceva sempre: "Nella vita ci vuole tanta fortuna e anche un po' di culo".
Il privilegio della scelta
"To keep in silence I resigned, my friends would think I was a nut. So I went from day to day tho' my life was in a rut, till I thought of what I'd say which connection I should cut. I was feeling part of scenery, I walked right out of the machinery."
Peter Gabriel - Solsbury Hill
Riguardando indietro mi rendo conto di quanto sia importante avere avuto la capacità e l'umiltà di riconoscere la propria fortuna, quel mix di scelte, fortuna, il caso o il destino o come chiunque voglia chiamarle, tutte quelle condizioni favorevoli in cui mi sono trovato a vivere in maniera proficua avendo fatto poco o addirittura nulla per determinarne la genesi o per favorirne la formazione e che hanno contribuito a creare quel privilegio che mi ha permesso a 50 anni di fare la scelta di cambiare vita come mi ero ripromesso 10 anni prima.
Ho lasciato una meravigliosa azienda, una posizione e una retribuzione invidiabili, un'identità sociale ego-alimentante, ma non è stato un atto di coraggio come alcuni mi hanno detto e neppure uno schiaffo alla fortuna come altri hanno pensato, ma una scelta programmata, preparata con attenzione, determinata da una condizione economica privilegiata e da un contesto personale che mi permetteva di prendere questa decisione senza implicazioni troppo impegnative.
Non avevo mutui, ero separato, mia figlia aveva 30 anni, viveva in un'altra città e aveva iniziato il suo percorso professionale e potevo contare sul mio curriculum e sulla mia rete di relazioni. Sapevo che non avrei avuto grossi problemi a costruire un nuovo capitolo professionale. Nessun salto nel buio, solo il grande privilegio di poter scegliere da quel momento in poi di fare solo le cose che amavo e con le persone che volevo.
Agire per scelta e non per necessità ha fatto una grande differenza nel capitolo personale e professionale che avrei scritto da quel momento in poi, non a caso forse gli anni successivi sono stati senza dubbio i più divertenti, i più stimolanti e quelli più ricchi di soddisfazioni professionali e di costruzione di relazioni personali sincere e profonde.
50-74 anni si sceglie. Ma questa è l'eccezione, non la regola. Poter scegliere, va detto in modo molto onesto, è un privilegio estremo. Nel mio caso sicuramente lo è stato.
La maggior parte delle persone nel Q3 non sceglie proprio niente. Subisce scelte fatte da altri: ristrutturazioni aziendali, fusioni, "ottimizzazioni dei costi", discriminazione per età mascherata da esigenze di business. Il 28% dei lavoratori stabili over 50 subisce almeno un licenziamento devastante prima della pensione. Un altro 13% viene spinto al "pensionamento anticipato" - un eufemismo elegante per dire "fuori dai piedi".
Smontare la favola del "coraggio di cambiare"
Ma c'è un altro dato che rende ancora più fragile la narrativa del manager cinquantenne che "molla tutto e apre un chiringuito".
Secondo il XIV rapporto 2024 dell'Adepp2, chi ha più di 50 anni guadagna in media tre volte di più rispetto ai giovani colleghi: 55.483 euro annui nella fascia 50-60 anni contro i 16.954 euro degli under 30.
Paradossalmente, però, proprio chi guadagna di più si trova spesso nella condizione di poter scegliere di meno. Da una parte hai maggiori entrate, dall'altra hai anche responsabilità economiche che si moltiplicano: figli che studiano o che, pur lavorando, guadagnano cifre da fame e hanno bisogno di sostegno; genitori anziani che necessitano di cure; mutui ancora da pagare; uno stile di vita che si è sedimentato negli anni.
Ora, facciamo due conti terra terra. Se sei uno o una cinquantenne con famiglia, un mutuo e guadagni 55mila euro l'anno, come fai a "mollare tutto per seguire i tuoi sogni"?
Ma la questione è più complessa. Ci sono quelli che non possono permetterselo (la stragrande maggioranza) e quelli che potrebbero ma sono imprigionati dalle loro stesse gabbie dorate: mutui per ville, barche, scuole private, un'identità, uno stile di vita e relazioni che richiedono quel biglietto da visita e quella posizione sociale… "A nascondere quello che sei dentro quello che hai e a confondere quello che sei dentro quello che usi" direbbe Vasco.
Il privilegio della scelta nasce dalla fortuna, dalle capacità e dalle scelte, ma soprattutto dalla libertà di essere se stessi senza dover aderire a modelli di riferimento.
La domanda quindi non è solo "cosa realmente facciamo e che spazi abbiamo per costruire il privilegio di permetterci di scegliere?" quanto piuttosto "come sopravviviamo quando le scelte le fanno gli altri?"
Perché la realtà è che nella maggior parte dei casi non si tratta di "lasciare tutto per inseguire i propri sogni". Si tratta di essere lasciati e dover ricostruire dai rottami, spesso senza la rete di sicurezza che avevamo immaginato, e con la prospettiva di guadagnare molto meno di prima.
La narrativa del manager cinquantenne che "ha avuto il coraggio di cambiare vita" è un lusso per chi può permetterselo. Per tutti gli altri c'è la realtà di Tom Steckel che guida 700 miglia ogni tre settimane per tenere un lavoro che paga la metà di quello che aveva, pur di non perdere tutto.
Non esistono eroi e pavidi in questa storia. Esistono persone che hanno avuto la fortuna di poter scegliere e persone che hanno dovuto subire. Chi rimane nel proprio lavoro fino alla pensione non è un codardo che non ha osato. Chi cambia non è necessariamente un coraggioso visionario. Spesso è solo qualcuno che si è trovato nella posizione di poter rischiare o, più frequentemente, nella necessità di dover ricostruire dopo essere stato scaricato.
Non si tratta di predicare il pessimismo. Si tratta di smettere di vendere illusioni e iniziare a parlare di strategie di sopravvivenza per un Q3 che potrebbe non essere affatto quello che avevamo pianificato.
Mike Rutherford, quando fondò i Mike + The Mechanics, aveva già alle spalle il successo planetario dei Genesis, così era anche per Peter Gabriel: potevano permettersi di sperimentare, di rischiare, di guardare "over their shoulder" con la tranquillità di chi sa di avere costruito le basi per nuove scelte.
La maggior parte di noi non ha la fortuna di essere stata nei Genesis. E soprattutto, la maggior parte della popolazione del Q3 scopre che, anche quando pensi di aver costruito le basi giuste, il mercato del lavoro può decidere che a 50 anni non servi più.
Forse è ora di smetterla di raccontarci favole sui cinquantenni coraggiosi e iniziare a parlare di come affrontare un Q3 che potrebbe essere molto diverso da quello che sognavamo.
Take it easy.
https://www.propublica.org/article/older-workers-united-states-pushed-out-of-work-forced-retirement
https://www.wired.it/article/lavoro-stipendi-giovani-architetti-avvocati-professionisti-ingegneri/#:~:text=I%20numeri%20del%20XIV%20rapporto,16.954%20euro%20degli%20under%2030


Aggiungerei anche: "coloro che a 55/60 anni si ritrovano fuori dall'azienda senza aver mai costruito una rete di relazioni convinti che la loro posizione professionale avrebbe garantito l'immortalità.
E ora non hanno uno straccio di rete, un account mail "Virgilio" o "libero.it" e finiscono prede di corsi sull' "intelligenza artificiale per cambiare lavoro".
Come al solito una disamina molto attenta e vera che solo una persona con un profondo senso di onestà e con una sensibilità non comune può fare. Grazie David