What's my name?
Sul soprannome, la reputazione e il coraggio di scegliersi un'identità
COLONNA SONORA: Rage Against the Machine — Killing in the Name (1992, dall’album omonimo)
Zack de la Rocha scrisse il testo dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles. La canzone è sulla violenza di chi decide come ti chiami, chi sei, da che parte stai. Il finale è una delle cose più ostinate che il rock abbia mai prodotto: de la Rocha ripete la stessa frase sedici volte, sempre più alta, fino a perdere quasi la voce. Una scena incredibilmente simile a uno dei momenti più iconici del ventesimo secolo: il match Ali-Terrell, 1967, quindici round a urlare la stessa domanda sul ring: “What’s my name?”
Durata: 5:14
Qualche mese fa sono andato a vedere La Grazia di Sorrentino. Toni Servillo nei panni di un Presidente della Repubblica a fine mandato, magistrale come sempre. Un uomo che ha costruito tutto, che ha fatto tutto, che sta per lasciare. Alle prese con due decisioni impossibili: concedere la grazia a due detenuti, approvare una legge sull’eutanasia.
A un certo punto si ferma. Chiede alla figlia e al suo più stretto collaboratore se abbia un soprannome.
La risposta arriva dopo una pausa: “cemento armato”. Per la sua inflessibilità, dicono. Ma anche e soprattutto per il suo immobilismo.
La scena dura trenta secondi. Ma cambia qualcosa nel personaggio, e in chi guarda. Perché scoprire come ti chiamano quando non ci sei ha sempre un certo effetto, anche quando, forse soprattutto quando, lo intuivi già. C’è una differenza enorme tra sospettarlo e sentirlo detto ad alta voce.
Il personaggio si incrina. Non crolla, ma vacilla. Poi, lentamente, nel corso del film, inizia a muoversi. Come se quel soprannome, invece di bloccarlo, lo avesse sbloccato.
I soprannomi ci accompagnano da sempre, molto prima che qualcuno pensasse di chiamarli così.
Nell’antica Roma erano un istituto. Il cognomen (terza parte del nome romano) nasceva come soprannome descrittivo e diventava ereditario. Cicerone da cicer, il cece, per una verruca sul naso di un antenato. Cesare forse da caesaries, capigliatura folta: ironia della storia, dato che Giulio Cesare era notoriamente calvo. Bruto significava “ottuso, stupido”. Quando il cognomen si fossilizzò in cognome di famiglia, i Romani inventarono l’agnomen: il soprannome vivo, quello che si guadagnava sul campo. Scipione ricevette Africanus per decreto del Senato, dopo la vittoria su Annibale. Non se lo scelse: se lo guadagnò. È forse il precedente più antico del concetto che oggi chiamiamo reputazione professionale.
Nel Medioevo gli epiteti dei re erano descrizioni più che valutazioni: Riccardo Cuor di Leone, Carlo il Calvo, Filippo il Bello. Il caso più istruttivo per chi si occupa di leadership è quello di Guglielmo: prima del 1066 era universalmente noto come “Guglielmo il Bastardo”, per la sua nascita illegittima. La vittoria ad Hastings trasformò il soprannome, e con esso l’intera percezione storica del personaggio. Il rebranding attraverso i risultati, versione medievale. E poi c’è Ivan “il Terribile”, che in russo non era affatto terribile. L’originale Grozny significava “formidabile, maestoso, che incute timore reverenziale”. La traduzione inglese, scivolando semanticamente nel tempo, ha alterato per secoli la percezione occidentale dello zar.
La parola stessa racconta molto. Il tedesco Spitzname significa letteralmente “nome appuntito”, nome che punge, strumento di giudizio quasi un’arma. L’inglese nickname nasce da un errore di pronuncia: an ekename diventato per scivolone collettivo a nickname, cristallizzato in standard. Le parole, come le reputazioni, cambiano forma per abitudine condivisa. E l’italiano? Soprannome significa “nome posto sopra”, un’aggiunta che si sovrappone all’identità ufficiale. È attestato per la prima volta nel 1304. Lo usò Dante.
La musica e lo sport sono i laboratori naturali dei soprannomi, perché sono gli ambiti dove la performance è pubblica, misurata, ripetuta. Il giudizio collettivo si forma in fretta e si consolida con una certa spietatezza.
Bruce Springsteen è diventato The Boss senza cercarlo e, a quanto dice lui stesso, controvoglia. Il soprannome nacque da un gesto banale: era lui a ritirare i compensi serali dai promoter e distribuirli alla band. Poi Stevie Van Zandt iniziò a chiamarlo così sul serio, e quando lo dice uno che è anch’egli un “boss”, la parola cambia peso. Springsteen ha dichiarato più volte: “Odio i boss. Odio essere chiamato the Boss.” La reputazione pubblica e la percezione di sé non sempre coincidono, e quasi mai sono sotto il nostro controllo.
Earvin Johnson diventa Magic la prima volta che gioca al liceo; Eric Clapton è Slowhand perché durante i concerti si fermava a cambiarsi le corde a mano, e il pubblico batteva lentamente le mani nell’attesa. Ronaldo era Il Fenomeno, Marco Van Basten il Cigno di Utrecht: un soprannome che non descriveva un gesto, descriveva l’eleganza e la tecnica sopraffina. Diego Maradona è El Pibe de Oro da bambino, nel Barrio Fuerte Apache di Buenos Aires, molto prima dei Mondiali e di tutto il resto. E poi c’è Pelé (nato Edson Arantes do Nascimento), che ha sempre dichiarato di detestare il suo soprannome d’infanzia, storpiatura del nome di un portiere mediocre. Non sapeva cosa significasse, lo trovava brutto. Nel 2023 il dizionario brasiliano Michaelis ha aggiunto ufficialmente “pelé” come aggettivo: eccezionale, incomparabile, unico. Il soprannome ha superato la persona. È diventato lingua.
In azienda il meccanismo è identico. Ma il contesto cambia tutto. Nello sport la performance è misurabile al secondo: il soprannome emerge da dati oggettivi e pubblici. In azienda è più sfumato, e proprio per questo più potente. Il soprannome che circola su di te nei corridoi, nelle chat, nei pranzi a cui non sei invitato, nasce dalla percezione: fatta di interazioni, stile, coerenza nel tempo. Jeff Bezos lo ha detto in modo semplice e definitivo: “Il tuo brand è quello che la gente dice di te quando non sei nella stanza.” Il soprannome è la versione compressa di quella frase — due parole invece di un paragrafo, circolanti senza che tu possa controllarle.
In quarant’anni ne ho visti circolare tanti, tra colleghi, capi, manager di altre aziende, in Italia e fuori. C’era il Cardinale: voce pacata, modi quasi cerimoniali. C’era il Papa: quello che stringeva la mano come se aspettasse il baciamano. C’era Il Prof, quello che spiegava sempre tutto a tutti. C’era Mr Wolf (da Pulp Fiction: quello che metteva a posto le cose complicate). C’era Norman (da Norman Bates, quello di Psycho): uno che lavorava benissimo finché non perdeva le staffe, e allora era meglio non esserci. Soprannomi non sempre detti in faccia, ovviamente. Ma circolanti. Precisi. Ognuno catturava qualcosa che nessuna valutazione delle prestazioni avrebbe mai scritto.
Col tempo, scoprì di averne avuti anche io. Martello, per il mio essere incessante sulle questioni e le cose da fare. Il ragioniere, per la mia focalizzazione eccessiva sui numeri. Un mio vecchio capo una volta mi disse che ero un tranviere: guidavo un tram pulito con disciplina, puntuale e sempre in ordine, ma non ero un pilota che sapeva volare. Come per “il ragioniere”, enfatizzava il tratto manageriale ma ne negava visione e leadership. Ne sono seguiti altri, alcuni ancora meno lusinghieri, e sicuramente altri che non ho mai scoperto. Ci ho messo un po’ ad accettare che fossero descrizioni accurate, non giudizi. Ma oggi penso che ragionare sul proprio soprannome, scelto o imposto che sia, sia uno degli esercizi più utili che esistano: rivela uno scarto tra come agiamo e come veniamo percepiti. A volte una coerenza che non sapevamo di avere. A volte una promessa fatta senza rendercene conto. Conoscere il nostro soprannome ci permette di modificare i nostri comportamenti se non esprime la nostra visione di noi stessi, o di rinforzarlo se vogliamo dargli ancora più forza.
C’è un altro lato dei soprannomi, meno ovvio, che trovo ancora più interessante.
Uno studio di James Skipper del 1986 sui minatori di carbone del West Virginia rivelò un paradosso: il 72% dei soprannomi tra i minatori aveva connotazione negativa, nomignoli spesso brutali, legati a difetti fisici, a gaffes, a momenti imbarazzanti. Eppure oltre la metà dei minatori dichiarava di apprezzare il proprio soprannome. Come è possibile? Perché ricevere un soprannome, anche scomodo, anche offensivo, significava appartenere al gruppo. Chi non aveva un soprannome era ancora un estraneo. Non venire soprannominati: quello era il vero insulto. Il nomignolo, per quanto impietoso, era un rito di iniziazione, un certificato di appartenenza. Sei dei nostri. Ti conosciamo abbastanza da prenderti in giro.
Funziona così anche in azienda, e forse più di quanto vogliamo ammettere. Il team che si chiama solo per nome e cognome in tutte le circostanze probabilmente non è ancora davvero un team. Quando un’organizzazione non ha soprannomi, non ha ancora una cultura: ha solo un organigramma.
Un soprannome non si costruisce con un discorso o una decisione visibile. Si costruisce con migliaia di piccoli gesti, nel tempo. E si sgonfia nello stesso modo.
Altre volte i soprannomi sono bussole da seguire. Come splendidamente raccontato in Notte prima degli esami nel rapporto tra Luca, lo studente, e il professor Martinelli — Giorgio Faletti — la Carogna.
La notte prima degli esami, in un momento di inaspettata umanità, Martinelli dice a Luca: “Studia Leopardi. Se all’esame sei in difficoltà te lo chiedo.”
Il giorno dell’orale, Luca è in difficoltà. Martinelli interviene, porta la commissione sull’italiano. Pausa.
“Molinari, vorrei che ci parlassi di un grande poeta immortale che quest’anno abbiamo studiato con particolare attenzione. Vale a dire... Giosuè Carducci.”
Voce fuori campo: “Se c’era una cosa che avevo imparato in cinque anni di liceo era che non bisogna mai fidarsi di un professore. E così avevo ripassato tutti i poeti italiani, tutti, tranne Leopardi.”
“Sì. Giosuè Carducci nasce a Val di Castello nel 1835 in provincia di Lucca e muore a Bologna nel 1907 all’età di 72 anni, un anno dopo aver vinto meritatamente il premio Nobel. Fu poeta e critico letterario. Dopo una giovinezza repubblicana si avvicina alla monarchia e diventa il vate ufficiale della nazione...”
E poi c’è il caso opposto: il soprannome che non aspetti, ma costruisci.
I pittori del Rinascimento italiano offrono i primi precedenti documentati di soprannome come strategia di posizionamento. Caravaggio prese il nome dalla cittadina lombarda di origine della famiglia. Tintoretto era “il piccolo tintore”, il padre lavorava le stoffe. Botticelli era il nomignolo del fratello maggiore, passato poi a lui per abitudine. Nomi prosaici, casuali, a volte ironici, ma che nel tempo sono diventati brand insostituibili. Nessuno dice Michelangelo Merisi: tutti dicono Caravaggio. Il soprannome ha inghiottito il nome anagrafico. Pinturicchio è il caso anomalo: fu l’unico a scegliersi il soprannome deliberatamente, firmando le proprie opere come pittorucolo, piccolo pittore, in un atto di autoironia calcolata. Come a dire: sono uno che non si prende troppo sul serio. Il che, a pensarci, è una forma di posizionamento sofisticatissima.
Il caso più radicale è quando il soprannome arriva come attacco.
Il 24 gennaio 1976, il giornale militare sovietico Krasnaya Zvezda pubblicò un articolo intitolato “La Signora di Ferro minaccia” (un insulto riferito a un discorso in cui Thatcher aveva attaccato le politiche espansioniste di Mosca). Entro una settimana, lei lo aveva trasformato in arma: “Sì, sono la Signora di Ferro. Dopotutto, non è stato male essere il Duca di Ferro”, paragonandosi a Wellington. Il soprannome precedette di tre anni la sua elezione e contribuì a costruire un brand di determinazione che la distingueva da qualsiasi rivale. Thatcher restò La Signora di Ferro perché agì in modo coerente con quel soprannome per tredici anni. Quando smise, nell’ultimo anno, quando la certezza cedette all’isolamento, il soprannome restò ma si svuotò. Divenne una parodia di se stesso.
Lula ha fatto qualcosa strutturalmente diverso. Lula (soprannome d’infanzia, origine incerta; in portoghese significa polpo) lo accompagnava dai tempi in cui era un operaio metallurgico di São Paulo. Quando iniziò la sua ascesa politica, avrebbe potuto lasciarselo alle spalle: formalizzarsi, darsi un’aria da statista, diventare semplicemente Luiz Inácio. Scelse il contrario: nel 1982 andò in tribunale e fece aggiungere Lula al suo nome anagrafico ufficiale. Luiz Inácio Lula da Silva. Il soprannome del sindacalista, dell’uomo delle fabbriche, del leader operaio: portato per legge fino alla presidenza del Brasile. Una dichiarazione di appartenenza. Vengo da lì. Non me ne dimentico.
Nella musica, i soprannomi auto-scelti seguono la stessa logica con intensità diversa. Jim Morrison si dichiarò Lizard King in un testo, Robert Plant urlò “I am the Golden God” dal balcone di un hotel di Los Angeles. Gesti teatrali, certo, ma anche promesse. Morrison costruì intorno al Lizard King una mitologia coerente: l’estetica, i testi, la presenza scenica. Il personaggio e la persona finirono per sovrapporsi fino a non essere più distinguibili. Plant urlò e poi, pare, se ne dimenticò. Restò Robert Plant, non meno grande. La sua grandezza non aveva bisogno di un’etichetta per reggersi.
Il 25 febbraio 1964, Cassius Clay batte Sonny Liston e diventa campione del mondo dei pesi massimi. Pochi giorni dopo annuncia la sua conversione all’Islam e il suo nuovo nome: Muhammad Ali. “Cassius Clay è un nome da schiavo. Non l’ho scelto io e non lo voglio. Muhammad Ali è un nome libero.” I giornali americani rifiutarono di usarlo per sei anni. Nel 1967, Ali affrontò Ernie Terrell, che continuava a chiamarlo Clay, in uno dei match più brutali della storia del pugilato. Quindici round. Ad ogni combinazione, Ali urlava al rivale atterrato sul ring:
“What’s my name?”
“What’s my name?”
“What’s my name?”



davvero un ottimo commento, mi ha fatto ripensare ai miei soprannomi, attribuiti o meritati nei vari ambiti della mia vita. Grazie David
Un grandissimo pezzo, non da ragioniere